di Guido Castelli, Sindaco Ascoli Piceno e Presidente Fondazione IFEL

All’ultima assemblea Anci, Ilvo Diamanti ha proposto una suggestione che provo a riproporre qui, oggi: dagli anni Novanta, diciamo dalla stagione di Tangentopoli, si è radicato quel sentimento dell’antipolitica che ancora oggi ha un ruolo centrale nella “vita politica” del Paese. Il sentimento dell’antipolitica si è radicato nei territori, nelle città, nei paesi del nostro Paese. Producendo astensionismo, fecondando quel senso di “cittadinanza” malintesa del M5S (chee ha le sue radici nel VaffaDay), sostenendo l’unica Istituzione percepita compatibile con l’antipolitica, che è il Comune. Il luogo dell’autonomia amministrativa è diventato il non-luogo della politica-politicante, e quindi l’unica Istituzione sottratta al giudizio negativo sulla politica dei Palazzi, e delle segreterie dei Partiti (quando ancora esistevano i partiti).

Una lettura del recente passato (e del presente) che spiega il vento federalista che ha gonfiato le vele della politica – non solo leghista: la riforma del titolo quinto della Costituzione l’ha fatta il Centrosinistra – dagli anni Novanta fino alla legge 42 del 2012. Poi? Poi è cambiato tutto. Eppure il referendum del 22 ottobre, in Veneto e Lombardia, ha avuto il merito di ribadire la necessità di riaprire il “capitolo” della riforma dell’autonomia amministrativa nel nostro Paese. Non credo che sia utile qui precisare un giudizio politico sulla consultazione: molti l’hanno snobbata. Ma in Veneto la maggioranza ha votato. E in Lombardia ha fatto lo stesso quasi il 40% dei cittadini. In tutto 5 milioni e mezzo di italiani hanno chiesto una nuova e più forte autonomia amministrativa per il loro territorio. Non voglio nemmeno inseguire il dibattito sulla Regione a statuto speciale, o su altre soluzioni proponibili. Resta il fatto che il tema dell’autonomia amministrativa è un tema forte, avvertito nel territorio, nei territori del nostro Paese. Ma nulla ha a che vedere con le velleità pseudo-indipendentiste.

Al referendum di Veneto e Lombardia non ha fatto bene il confronto con i fatti della Catalogna. A prescindere dal giudizio sull’independentismo catalano, o sulle modalità di una rivendicazione nazionale da parte di Madrid, la coincidenza dei fatti non ha favorito una valutazione opportuna. Io credo che nei cinque milioni e mezzo di veneti e lombardi che hanno votato sì al referendum non ci siano velleità secessioniste, ma un solido pragmatismo che chiede una migliore amministrazione dei territori, con la certezza di risorse che siano utili e funzionali all’esercizio di quelle competenze che sulla carta sono devolute all’autonomia locale. Già, perché l’articolo 5 della nostra Costituzione (quindi del dettato del 1947-48, non quello riformato nel Titolo Quinto), prevede, suggerisce, impone il decentramento amministrativo: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”

In Italia è aperto un problema vero e profondo, che riguarda le autonomie locali, il decentramento voluto già con la Costituzione del 1947, il federalismo adottato con la riforma costituzionale del titolo quinto e poi demolito sotto i colpi del neocentralismo imposto dai Governi Monti-Letta-Renzi con la motivazione dell’urgenza finanziaria nazionale e internazionale. In tanti chiediamo, da tempo, una radicale riforma della finanza locale. Un’urgenza che solo all’orecchio distratto può sembrare tecnicismo per esperti. La riforma della finanza locale è tanto più urgente quanto più si confondono i fili di una sana autonomia amministrativa con quelli di un opinabile richiamo a identità territoriali ritenute incompatibili con i principi dello Stato nazionale. L’architettura dell’Unione europea, dopo Maastricht, nutrita di libero mercato, moneta unica e libertà di circolazione aveva fortemente ridimensionato i poteri di intervento degli Stati nazionali in economia. Dalla seconda metà degli anni ’90 dello scorso secolo si è avviata una grande stagione all’insegna del federalismo e del decentramento. Non solo in Italia. In questo contesto il libro bianco di Delors, in una fase di forte sviluppo dell’economia, teorizzava una relazione diretta tra Europa e Regioni, che bypassava gli Stati nazionali e preludeva alla devoluzione dei poteri dal centro alla periferia.

Con la grande crisi economica del 2008 cambia tutto. Con il fiscal compact e il six pack gli Stati nazionali tornano importanti nella logica europea in quanto “guardiani dell’austerity”. I federalismi e i decentramenti si svuotano. Torna una Europa napoleonica che è fortemente centrata sul livello nazionale (e prefettizio) che ha l’interesse di riequilibrare i conti, non di amministrare al meglio i servizi per i cittadini. La sussidiarietà va a farsi friggere e si determina, soprattutto in Italia, un disassamento della filiera istituzionale.

Il Governo Renzi, seguendo rigorosamente il tracciato dei suoi predecessori (Monti e Letta), tenta di ridisegnare le Istituzioni del Paese in funzione di quella logica emergenziale che aveva introdotto un’economia di guerra in tempo di pace. Soprattutto nei Paesi, il nostro tra i primi, sorpresi dalla crisi finanziaria con un più alto indebitamento pubblico. Il caso della legge Del Rio è esemplare in senso negativo. È una riforma che viene pensata per favorire il risparmio e non un nuovo disegno organico istituzionale. E’ una legge che dà per scontato l’esito di una riforma costituzionale malpensata e poi rifiutata dal popolo italiano con il referendum del 4 dicembre 2016. La legge Del Rio, varata dal Governo Renzi, è caotica nel disegnare le città metropolitane ed è autoritaria nell’imporre alle Regioni un ruolo amministrativo sostitutivo degli enti locali, aggiungendo competenze improprie a quelle squisitamente legislative.

Federalismo, autonomia amministrativa, principio di sussidiarietà restano sepolti sotto le macerie di un neocentralismo pasticcione e pasticciato, che rischia di fomentare rigurgiti indipendentisti dove c’è solo la richiesta di buon governo del territorio. Resta dunque prioritario ridisegnare l’architettura istituzionale degli enti territoriali e del rapporto che unisce questi allo Stato. Per farlo tuttavia è necessario che il disegno non si esaurisca in un mero esercizio teorico, o in uno scaricabarile di responsabilità senza risorse. Ci deve essere un solido pavimento di natura economico finanziaria. Ed è per questo che una riforma della finanza locale non può essere più rimandata, se si vuole ridare certezza ed efficienza al governo dei territori. Il problema non è attribuire competenze e funzioni in senso astratto agli Enti locali e territoriali, ma disegnare geometrie all’interno delle quali per ogni funzione assegnata vi sia una dotazione finanziaria corrispondente, affinché l’esercizio dell’autonomia amministrativa e della competenza sia effettivo.

Altrimenti vediamo le false devoluzioni in tema di sicurezza, di investimenti pubblici, di ogni tipo di emergenza (da quella dei migranti a quella del terremoto) che viene caricata sulle spalle dei Comuni (e dei Sindaci), senza che vi sia un adeguata disponibilità di risorse e di competenze effettive. L’autonomia non ha nulla a che vedere con il gioco del cerino acceso.

L’autonomia ha bisogno di coerenza. Anche nel testo della Legge di Bilancio ci sono nuove incongruenze che hanno fatto rizzare i capelli in testa ai Sindaci e agli amministratori locali: dopo anni di sacrifici e di tagli (11-12 miliardi di risorse in meno in cinque anni!) si dice che è finita la stagione delle vacche magre. Peccato che in forme diverse, anche con questa Legge – che speriamo il Parlamento sappia e voglia riformare – si finirebbe per togliere ancora un miliardo ai bilanci dei Comuni: 600 milioni di oneri derivanti dal nuovo contratto del Pubblico impiego (che sia benvenuto, è chiaro, ma le risorse non devono essere sottratte ai servizi per i cittadini, bensì devono essere trasferite dallo Stato), e altri 300-350 milioni dalle nuove regole imposte negli accantonamenti per il Fondo crediti di dubbia esigibilità. L’autonomia e la sussidiarietà hanno bisogno di regole e di risorse certe.

E’ la Nazione che ha bisogno di autonomie. E’ lo Stato che per ripartire ha bisogno della fiducia e della collaborazione dei cittadini vivi e attivi nei loro territori. Non è un pensiero personale ma il dettato dell’articolo 5 della nostra Costituzione.

 

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