Parlare di sviluppo, in un’Italia caratterizzata da troppe differenze economiche e infrastrutturali tra Nord e Sud, non può che tradursi nella ricerca di politiche che guardino all’attuazione di uno sviluppo equilibrato. Il coordinamento delle iniziative tese a ridurre il divario spetta allo Stato, mediante politiche di controllo del “flussi” di capitale e di persone. Del resto, la scuola neoclassica che si è occupata dello studio degli aspetti economici regionali, da Myrdal a Perroux, è giunta ad una considerazione oggi pacifica: il libero funzionamento del meccanismo di mercato promuove uno squilibrio nell’impiego delle risorse regionali. Cosicché, secondo Myrdal, “il gioco del mercato tende ad accrescere anziché diminuire le ineguaglianze tra le varie zone”. Di qui, si ritiene che per quanto le Regioni possano portare avanti delle politiche convincenti, specie attuando la teoria keynesiana degli investimenti, lo Stato e l’Unione Europea non possono esimersi dall’esercitare un ruolo di coordinamento chiave, specie per frenare il cd. “riflusso” su altri luoghi, condizione sufficiente, questa, all’impoverimento territoriale.

E veniamo agli strumenti a disposizione delle Regioni per promuovere lo sviluppo economico. Il fattore fiscale ha un’incidenza straordinaria sullo sviluppo economico e sull’occupazione. La legge sul federalismo fiscale ed i decreti attuativi (n. 42/2009), infatti, prevedono che alle Regioni venga attribuito un ammontare di risorse che permetta al legislatore regionale di introdurre forme di fiscalità di sviluppo. Ciò è possibile, naturalmente, nei limiti delle fonti comunitarie: si pensi, ad esempio, al divieto di ‘aiuti di Stato’ o ad ogni altro intervento che minacci la capacità naturale di funzionamento del mercato. Se la competenza in materia di tasse aggiuntive spetta alle Regioni, bisogna prendere atto del fatto che molte di esse abbiano utilizzato la nuova funzione accrescendo la pressione fiscale a carico dei cittadini e delle realtà economiche, favorendo il “reflusso” di investimenti verso Regioni con carichi fiscali più leggeri. Un altro efficace strumento per lo sviluppo in mano alle Regioni è la semplificazione burocratica: alcune hanno un apparto burocratico tanto farraginoso da indurre gli investitori ad abbandonare ogni iniziativa imprenditoriale. Una valida possibilità di crescita e di sostanziale riduzione delle disuguaglianze tra territori offerta dall’Ue, invece, è costituita dalle politiche di coesione. A tal fine, occorre partire dall’individuazione delle priorità, assicurando però quel coordinamento ineludibile di cui abbiamo già scritto tra i vari sistemi di governo. L’obiettivo di tali interventi è quello di ottenere e costruire Regioni forti, raggiungendo lo sviluppo equilibrato attraverso i programmi comunitari (dal FESR alla PAC). Se  l’Ue mette a disposizione i programmi, le Regioni fissano le priorità ed attivano la macchina amministrativa affinché le risorse a disposizione possano effettivamente concorrere alla valorizzazione delle capacità delle persone e del miglioramento delle condizioni socieconomiche del territorio di riferimento. Guardando al futuro, invece, non si può non citare le Zone Economiche Speciali (ZES), che a breve investiranno le Regioni sia per individuare i limiti geografici, sia i benefici e le agevolazioni previste.   Per ultimo, ma non ultimo, il turismo: l’Italia sa bene quale sia il potenziale di ricchezza che si può produrre con strategie di valorizzazione del patrimonio paesaggistico, storico e culturale.

Abbiamo citato, a titolo semplificativo ma non esaustivo, quelle che riteniamo alcune misure strategiche per lo sviluppo regionale, nel corso di un vivace confronto sull’autonomia degli enti. Ciò proprio dopo decisioni recenti del governo nazionale che hanno ridotto le Regioni ad enti meramente amministrativi, come per esempio la cd. “clausola di supremazia” inserita nell’ultimo decreto dello “Sblocca Italia”, con cui il governo nazionale si è conservato la facoltà di intervenire in talune materie di competenza delle Regioni qualora ci siano degli interessi di rilevanza nazionale. Parliamo di vicende che hanno profondamente compresso i voleri delle comunità ed il peso specifico delle Regioni e, dunque, non possiamo che guardare con favore al riaffiorare del dibattito sulle autonomie: se ben governate, le Regioni possono seriamente produrre benessere e ricchezza e mettere in campo strategie differenziate di crescita anche guardando alla concorrenza dell’economia globalizzata.

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